Finanza

Contro le oligarchie: contratto sociale e finanza pubblica democratica

La stabilità dei regimi democratici è in profonda relazione con il livello di eguaglianza economica nella società. Il fallimento della democrazia nel rimediare a crescenti disuguaglianze può infatti alimentare il suo stesso dissolvimento, anche attraverso la remissione del potere politico a quelle stesse oligarchie economiche che della disuguaglianza sono responsabili. Cosicché, quanto più il potere economico si concentra in un numero ristretto di élite, tanto più aumentano i rischi per la democrazia. Si tratta di un fenomeno che si è storicamente già manifestato e sembra si stia ripresentando in forme inedite, ma non sorprendenti.

L’attuale debolezza delle democrazie nell’affrontare le disuguaglianze ha radice nel sistematico processo di erosione del fine ideale del contratto sociale, riconosciuto nell’impegno di fondare la società su principi di cooperazione e reciprocità per la produzione e il godimento di beni sociali e per la realizzazione di una effettiva eguaglianza delle opportunità. Con ciò non si vuol immaginare, piuttosto irrealisticamente, che i regimi democratici possano essere definitivamente affrancati dalla presenza di forme oligarchiche di organizzazione del potere politico ed economico. Si vuole piuttosto sostenere la necessità che le democrazie, più realisticamente, siano in grado di porre un argine costituzionale alla capacità di quelle stesse oligarchie di condizionare l’azione pubblica rivolta a limitare la proliferazione di disuguaglianze economiche e sociali.

L’erosione del contratto sociale, di per sé, non costituisce novità nel funzionamento dei sistemi economici. È infatti l’esito di un percorso di affermazione del dogma della tutela della libera azione del mercato nel fornire soluzioni al soddisfacimento dei bisogni sociali, che prosegue ininterrottamente dagli anni Ottanta del Novecento. Un dogma al quale si associa un concetto di giustizia allocativa di cui il mercato si fa portatore, fino al punto di sostituire l’azione pubblica con l’azione privata nella fornitura di gran parte dei beni e servizi sociali, con la sola eccezione dei tradizionali fallimenti del mercato. È in questa evoluzione che il neoliberalismo, come degradazione del liberalismo classico, ha condotto da un lato a un contenimento della democrazia al suo carattere meramente formale, cioè la libertà di voto, e dall’altro a limitare il raggiungimento del suo contenuto sostanziale, l’eguaglianza delle opportunità. Un esito che si è avvalso di una narrazione trionfalistica dei meriti e dei risultati del mercato nella costruzione del benessere sociale, in conflitto con l’azione dello Stato fiscale.

Accade quindi che, per temperare gli attuali esiti distributivi in cui primeggiano crescenti e vistose diseguaglianze, nelle democrazie di mercato si riafferma la richiesta di “tassare i ricchi”, richiesta peraltro non nuova, in quanto ricorrente e nei medesimi termini dalla fine dell’Ottocento negli Stati Uniti. A tale scopo, si prospettano accordi internazionali per una tassazione globale e persino progressiva dei patrimoni, affermandone il valore etico, sostenuto in termini patriottici da milionari ravveduti che affermano di preferire le imposte alla rivolta antifiscale. Ma per quanto tassare i ricchi possa essere economicamente, socialmente ed eticamente necessario, se ne deve rilevare non tanto la difficoltà pratica, quanto la palese incoerenza con una concezione del mercato che consente – e persino incoraggia – la formazione di disuguaglianze così pronunciate. Una concezione che si fonda sul presupposto che il processo di allocazione delle risorse disponibili tra beni privati e beni sociali compiuto dal mercato non debba essere intralciato dall’azione dello Stato fiscale.

Colpisce che tale processo economico sia spesso presentato e sostenuto senza riguardo per il processo democratico, il solo attraverso il quale una collettività possa legittimamente giungere a definire i livelli desiderati di spesa pubblica e imposte. Un’assenza di riguardo che, nelle decisioni di finanza pubblica, induce a separare gli effetti del prelievo dal beneficio del suo impiego, e a delegare al mercato la decisione sull’equità del sistema di imposizione e sull’uso delle risorse raccolte. Si tratta di un processo decisionale – quello delle democrazie di mercato – nel quale il ruolo dell’imposta assume rilievo solo nel momento in cui sia necessario correggere ex post – quando eticamente discutibili – gli esiti distributivi del mercato stesso. Una correzione, tuttavia, che volendosi attuare per lo più attraverso forme di imposizione progressiva sui patrimoni, possibilmente globali, o con forme di imposta negativa sul reddito, o per mezzo di trasferimenti monetari, “bonus” e forme di welfare aziendale che spingono i cittadini fuori dal perimetro pubblico, delegittimano il ruolo essenziale dello Stato nella fornitura diretta di beni e servizi rivolti a garantire l’uguaglianza delle opportunità, come piuttosto evidente nel caso della sanità.

Così il mito di una giustizia tributaria, limitata a correggere gli esiti del mercato, ha potuto consentire, negli anni, la formazione di consistenti diseguaglianze, la riduzione dei salari reali a livelli spesso insufficienti a superare condizioni di deprivazione, l’abbattimento delle protezioni sociali universali nella sanità e nell’istruzione; per far posto a forme di compensazione monetaria o di frammentata protezione aziendale e privatistica dei diritti civili e sociali. Quello stesso mito, da ultimo, ha anche consentito di alimentare la retorica dell’imposta come unico strumento di intervento sulla distribuzione della ricchezza generata dal mercato. Gli esiti insoddisfacenti che ne sono derivati, tuttavia, indicano come nessuna forma di compensazione tributaria possa costituire una soluzione stabile di lungo periodo in assenza di un contrasto delle cause che conducono alla formazione delle disuguaglianze.

A tale soluzione si potrebbe invece giungere riaffermando il contratto sociale, e la concezione di finanza democratica e giustizia distributiva che esso implica. Una concezione in cui l’obbligo di pagare l’imposta è contropartita del diritto di ricevere beni e servizi sociali, e che prevede che i processi di concentrazione della ricchezza e le disuguaglianze distributive siano affrontati ex ante piuttosto che corretti ex post con complessi strumenti di ingegneria tributaria, che in nessun caso potrebbero sostituirsi alle necessarie regole pubbliche di controllo dei mercati (si vedano su questo anche FraGRa sul Menabò e Franzini).

Al riguardo, valgano come esempi di intervento: garantire diritti e eguale potere di contrattazione nel mercato del lavoro, per frenare la tendenza al ribasso del livello dei salari e della loro quota nel prodotto nazionale; invertire la tendenza, che si rafforzerà nell’attuale contesto politico, alla deregolamentazione dei mercati finanziari, che in presenza di liberalizzazione dei movimenti di capitale ha causato la crescita di capitali speculativi e rilevanti concentrazioni di ricchezza e potere economico; limitare l’impiego di imposte pigouviane, che ha rallentato la ricerca di soluzioni ai rilevanti problemi ambientali; invertire la crescente riduzione delle possibilità di accesso universale alla sanità pubblica e all’istruzione, che ha amplificato diffuse condizioni di disagio economico e sociale; o ancora, limitare e regolare la tendenza alla privatizzazione dei servizi di pubblica utilità e all’applicazione di tariffe in molti casi incompatibili con i livelli salariali, ma capaci di generare, in capo alle società fornitrici, la formazione di extra-profitti che difficilmente si traducono in un maggior benessere per la collettività.

Infine, ma non da ultimo, occorre intervenire sul funzionamento del sistema tributario ordinario piuttosto che ricorrere a forme straordinarie di tassazione. Un sistema tributario come quello attuale, irrigidito in una struttura in cui appaiono preminenti un’imposta personale sul reddito – ormai confinata a perseguire l’obiettivo della progressività prevalentemente su redditi da lavoro dipendente e pensione – e un’imposta sul valore aggiunto che ricade prevalentemente sui consumatori, è ben lontano sia dal realizzare un qualsiasi principio di equità sia dal garantire stabilmente il finanziamento dei beni sociali. Proprio quest’ultimo obiettivo, in realtà, appare tanto più necessario e coerente nella instabile condizione delle democrazie, in bilico tra probabili derive autoritarie e pressanti spinte nazionalistiche; le quali, vanificando la possibilità di accordi internazionali su forme di tassazione dei capitali, dovrebbero spingere a sostenere e motivare il recupero di un sistema ordinario onnicomprensivo di tassazione, includendo anche le forme di patrimonio e di reddito che sono state affrancate o favorite da regimi di imposta speciali. È un tempo, quello attuale, che non consente più di indulgere in trattamenti tributari differenziati per specifiche categorie di contribuenti, e che invece richiama con forza la necessità di collocare i sistemi tributari in una funzione di garanzia della coesione sociale.

Ma è solo consentendo al settore pubblico il ruolo di intervenire ex ante sul funzionamento del mercato in funzione del soddisfacimento dei diritti civili e sociali, che si potrà giungere a un sistema economico che consenta di rivitalizzare il contratto sociale. Tornare al contratto sociale, in questa fase storica, significa reagire al declino delle democrazie conquistate dal mercato in favore di una possibile ricostruzione del corpo politico della democrazia, poiché vale ancora e urgentemente l’affermazione di Rousseau che “il male più grande è già avvenuto, quando ci sono dei poveri da difendere e dei ricchi da frenare”.