La dinamica dei salari: cosa ci dicono le dichiarazioni Irpef?
L’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) nel Rapporto 2023 esprimeva un giudizio preoccupato sulla dinamica salariale nel nostro paese e sull’occupazione femminile: “Gli stipendi degli italiani sono fermi. Negli ultimi 30 anni, dal 1991 al 2022, sono cresciuti solo dell’1%, a fronte del 32,5% in media nell’area Ocse. Un dato che sancisce il fallimento della contrattazione collettiva ed è legato alla bassa produttività, cresciuta però più delle retribuzioni nel periodo. Il risultato è la continua caduta della quota dei salari sul Pil, a fronte della crescita del peso dei profitti (40% contro 60% rispettivamente). Giudizio negativo anche sulle politiche di incentivazione, che non hanno prodotto alcun risultato sull’occupazione femminile: la percentuale di donne occupate resta bloccata al 40%, a fronte del 60% degli uomini.
Su questi temi può essere interessante vedere cosa hanno da dirci le dichiarazioni Irpef pubblicate dal Dipartimento delle Finanze, nei 14 anni che vanno dal 2008 (l’anno del fallimento della Lehman Brothers) al 2022. Naturalmente interessa focalizzare l’attenzione sui lavoratori dipendenti, che sono anche i maggiori contribuenti Irpef. Nella Tabella 1 vengono riportati occupati e reddito medio monetario (totale e relativo alla sola remunerazione):
Tabella 1: Lavoratori dipendenti
Iniziando dall’occupazione, la crescita nei 14 anni risulta del 10,2 per cento; quella del reddito medio, così come quella delle remunerazioni, è stata del 13,4 per cento; il reddito medio si compone delle remunerazioni dei datori di lavoro, che costituiscono la voce principale, e di altri redditi che entrano comunque in Irpef; la ripartizione si trova nella tabella “Tipologia di reddito” (tra i redditi non ci sono gli affitti a cedolare secca, che vengono tolti dal reddito complessivo nella tabella “Calcolo dell’Irpef”). Sono anche assenti i premi di produzione e i fringe benefit che usufruiscono di tassazione separata (o nulla), nonché l’ex bonus Renzi, i cui dati sono presenti nella tabella “trattamento integrativo”.
La crescita degli occupati è notevole, malgrado la doppia recessione 2008-2013, e quella dovuta al Covid. Vedremo quale sia stato il ruolo giocato dall’aumento dell’età di pensionamento. Viceversa il salario (monetario) medio è cresciuto poco, con una media di 0,97 per cento annuo; vero è che in questo periodo, l’inflazione è stata molto bassa, in due anni anche sotto zero, salvo che nel 2012 (inflazione dei prezzi al consumo 3 per cento) e nel 2022 (8,1 per cento). Dobbiamo considerare poi che i lavoratori del 2022 sono solo parzialmente gli stessi del 2008; c’è stato ovviamente un ricambio con nuove leve che sono entrate nel mondo del lavoro mentre i più anziani sono andati in pensione.
Ora, per i singoli lavoratori, la dinamica salariale si compone degli aumenti contrattuali e degli scatti di carriera, diversi da persona a persona. In una situazione di andamento stazionario, in cui nuove generazioni entrano al lavoro ed altre, anziane, di uguale dimensione ne escono, la dinamica del salario medio dipende solo dagli aumenti contrattuali; questo supponendo che gli aumenti della carriera si distribuiscano in modo uguale tra le varie generazioni. Ma la dinamica degli anni duemila è ben lontana da una situazione stazionaria. L’andamento demografico è ben noto, e a questo si aggiunge la perdita di quasi 30.000 giovani (al netto dei rientri) che ogni anno vanno a lavorare all’estero. I riflessi sulla distribuzione dei lavoratori dipendenti per classi d’età nelle dichiarazioni Irpef sono evidenti:
Tabella 2: Distribuzione per classi di età (valori percentuali)
Come si può notare, nei 14 anni le percentuali delle due classi centrali, più numerose, si sono capovolte, e il “sorpasso” è avvenuto proprio a metà del periodo. Notevole l’aumento di 2,87 punti percentuali della classe più anziana, che spiega per circa un terzo la crescita del numero di dipendenti avvenuto nel periodo.
A questa distribuzione per età corrisponde un mutamento nella distribuzione dei lavoratori per classi di reddito. Nella seguente tabella sono riportati i dati assoluti e in percentuale delle cinque classi in cui sono raggruppati i dati dell’anagrafe tributaria.
Tabella 3: Numero e quota per quattro classi di reddito (migliaia di euro)
Pur essendo aumentato il numero complessivo, la prima classe ha perso oltre un milione di contribuenti, scendendo in percentuale sotto il 50 per cento, mentre le altre tre sono aumentate. Il reddito medio del 2022 risente quindi dello spostamento, sia come valori assoluti che in percentuale, dei lavoratori verso classi di reddito più alto.
Volendo analizzare più nel dettaglio, si possono studiare le dichiarazioni, che nella Tabella 3 sono state consolidate, quali risultano nei dati dell’anagrafe; si tratta di 31 classi di reddito, escludendo le tre con reddito negativo o zero (un centinaio di contribuenti). Tuttavia il dettaglio è tale per cui le variazioni intervenute, nei 14 anni, del reddito medio di ciascuna classe, sono estremamente contenute, salvo per la classe più alta (sopra i 200.000 euro), dove l’incremento del reddito medio risulta pari all’8 per cento.
Tuttavia sono più utili altri dati. Dal 2011, infatti, l’anagrafe tributaria presenta i dati organizzati (anche) sulla base del reddito prevalente. Nei casi in cui la persona abbia una pluralità di redditi, si guarda cioè al reddito maggiore, e si classifica di conseguenza: lavoratore dipendente, pensionato, imprenditore e così via. In tale modo si individuano le persone la cui principale attività consiste, ad esempio, nel lavoro subordinato, e che, plausibilmente, si considerano esse stesse come dipendenti. Ad esempio nell’ultima dichiarazione relativa al 2022 il dato relativo ai lavoratori dipendenti, secondo il reddito prevalente, è di 22.227 migliaia, mentre quello relativo al totale di coloro che dichiarano un reddito da lavoro, come abbiamo visto, è pari a 23.299,8 migliaia, con una differenza leggermente inferiore al milione. Nella classificazione secondo il reddito prevalente, i dati sono organizzati oltre che nelle 31 classi, anche in ventili, cioè dividendo, in base al reddito, l’insieme in venti parti (praticamente) uguali. Negli undici anni intercorsi i dati sono i seguenti:
Tabella 4: Redditi medi e incrementi percentuali
I primi nove ventili corrispondono alla prima classe della tabella 2, mentre i successivi nove alla seconda classe (tenendo presente che i dati dei ventili incominciano dal 2011, quindi gli incrementi si riferiscono a undici anni). Rispetto all’incremento medio di 10,54, la prima classe ha l’aumento maggiore (15,16), la seconda ha un aumento praticamente pari a quello medio, e le ultime due più contenuto. Nella media si ha una conferma del basso tasso di crescita dei salari monetari denunziato dall’Inapp, tenendo conto che l’incremento, come si è visto, non dipende solo dagli aumenti contrattuali ma anche dallo spostamento verso l’alto dei contribuenti; ad età più anziana corrisponde, tendenzialmente, stipendio più alto.
Va notato peraltro che i primi quattro ventili sono quelli con l’incremento maggiore negli undici anni. Poiché si tratta di remunerazioni basse, dovute prevalentemente a lavori temporanei e part-time, svolti in gran parte da persone giovani, è improbabile che si possa parlare di incrementi dovuti ai contratti o alla carriera. Si può ipotizzare invece che le variazioni siano dovute alla minore dofferta di lavoro giovanile, quale risulta dalla Tabella 2.
Per quanto riguarda l’occupazione femminile, una nota meno pessimista, rispetto alle affermazioni dell’Inapp, emerge dalla Tabella 5, sulla ripartizione dei lavoratori dipendenti per sesso:
Tabella 5: Distribuzione per sesso
Certamente vi è ancora una sensibile differenza a sfavore del lavoro femminile, ma la distanza si è ridotta di quasi due punti percentuali, e la riduzione è stata graduale per tutti i 14 anni, il che fa sperare che il gap continuerà a chiudersi. Da notare che anche la ripartizione dei pensionati, dove la situazione è capovolta, per ovvie ragioni, tende a chiudersi sul 50-50 per cento. La crescita dell’occupazione femminile è inoltre di grande importanza per un paese dove l’invecchiamento della popolazione è tra i maggiori nel mondo; e dove l’ingresso di leve giovanili, provenienti da paesi nei quali la situazione demografica è opposta, viene ostacolata sulla base di un miope calcolo elettorale, che penalizza le prospettive di lungo periodo per uno sperato vantaggio politico immediato.
Come è noto le prospettive demografiche nel nostro paese sono pessime. Ci attende un nuovo record negativo all’orizzonte; se nel 2023 le nuove nascite erano scese sotto i 380.000, nel 2024 dovremmo scendere, con ogni probabilità, ad un numero ancora più basso, a quanto a dichiarato il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli intervenendo agli Stati generali della natalità a Palazzo Lombardia. Il calo è quasi interamente dovuto alle coppie in cui entrambi i genitori sono italiani. Non solo quindi abbiamo bisogno di un flusso di giovani che contrasti l’invecchiamento della forza lavoro, ma il flusso dovrebbe essere bilanciato tra donne e uomini, in modo da assicurare le prospettive demografiche di lungo periodo; tenendo conto che la formazione di coppie sarebbe più difficile se gli uomini provenissero principalmente dal Magreb e le donne dalle Filippine o dall’Ucraina, per evidenti differenze culturali.
Anche sul tema dell’esodo di giovani dall’Italia sarebbe necessaria una riflessione che coinvolga le maggiori (e non numerose) imprese italiane. Vi sono casi di giovani che sono andati all’estero per fare le prime esperienza lavorative, in quanto gli stipendi che venivano offerti in Italia erano nettamente più bassi. Dopo alcuni anni hanno accettato di tornare in patria con uno stipendio competitivo con quello che guadagnavano, stipendio cui non sarebbero mai arrivati se fossero rimasti a lavorare in Italia; ma il fenomeno riguarda solo una parte dei giovani. Tra le politiche rivolte alle imprese una particolare attenzione, finora del tutto assente, dovrebbe essere rivolta a questo fenomeno.