Finanza

La vera linea di Bernini: “Questa è Sparta!”

Con la sospensione dell’esame del DDL Bernini 1240, sulla riforma del preruolo, e con la successiva richiesta della CRUI di riprendere il percorso di riforma, la saga dei tentativi di riformare l’università post Gelmini si arricchisce di un nuovo capitolo. A farne le spese, come al solito, sono le ultime ruote del carro, i giovani ricercatori. Dalla riforma Messa, approvata, sospesa, e più volte derogata, a quella Bernini, proposta, sospesa, e poi chiamata nuovamente in causa, chi dovrebbe rappresentare il futuro dell’università e della ricerca italiana, sta attraversando un limbo di incertezza, ingiustizie e precarietà. Questo avviene peraltro nel periodo un cui, con il PNNR, l’università italiana ha vissuto una rara parentesi felice se si guarda al suo finanziamento complessivo. Un periodo in cui ci sarebbero stati finalmente i margini per programmare almeno a medio termine un rafforzamento e una stabilizzazione del sistema. La parentesi felice si sta chiudendo, ma all’orizzonte non si vede nessuna fonte di nuova luce.

Nel frattempo, la furia riformatrice si allarga dal preruolo e si annuncia una nuova “riforma sistemica”. Le direttrici di questa nuova fantastica stagione di riforme si possono scorgere nel decreto di nomina del “gruppo di lavoro” istituito dalla Ministra Bernini. Nella parte sulle finalità del decreto non c’è traccia di termini come “rinnovare” o come “ampliare” riferiti all’offerta formativa, ma al contrario si parla di “efficienza” e di “razionalizzare”. C’è da dire che questa tendenza a ragionare di università come se fosse un’azienda, per cui ad esempio l’avanzo di bilancio di un Ateneo è considerato merito, invece che incapacità di spendere adeguatamente e nei tempi le risorse disponibili e destinate alla missione degli enti, che non è esattamente il profitto, non è un vizio solo della maggioranza attuale. Tuttavia, dopo la lettura del decreto, si può dire che tale visione è ora portata all’estremo.

Chi volesse risparmiarsi la lettura del testo di legge può utilmente far riferimento ad un recente articolo sul Foglio di un esponente del gruppo di nominati, lo Storico Contemporaneo Andrea Graziosi. All’ex Presidente della SISCO va riconosciuto il merito di un’estrema trasparenza ed efficacia nello spiegare le premesse e gli obiettivi di questa nuova riforma che sarà, come lui stesso dichiara “senza ipocrisie”. Nel sottotitolo del suo articolo ci sono 3 passaggi molto chiari:

  1. “…occorre innanzitutto sostenere i settori più forti..”
  2. “Pensare che l’Università possa reggere il calo demografico allargandosi a tutti senza pagare pegno è un’illusione..”
  3. “L’Università prima di tutto stratifica..”

Il primo punto, il sostegno ai più forti, viene giustificato con la necessità di innalzare la qualità del sistema Universitario. Ma è veramente un problema di qualità quello che rischia di lasciarci indietro provocando il “brusco declino dello status scientifico, industriale, politico e culturale”? Premesso che l’attribuzione della colpa principale allo stato del sistema universitario non è così ovvia (si veda ad esempio il rapporto Draghi sul futuro della competitività europea), chi lo sostiene evoca solitamente la mancanza di Atenei Italiani nei primissimi posti delle classifiche internazionali. Quelle stesse classifiche però ci dicono che se invece di concentrarci sulle eccellenze, allarghiamo lo sguardo ai migliori 500, che rispetto all’universo degli Atenei è comunque una cifra ristretta, vediamo che ben 20 sono Italiani (cfr. la monografia della CGIL Articolo 33), un risultato decisamente più che soddisfacente, per un singolo paese tra quelli che compongono “una piccola penisola dell’Asia” come proprio Graziosi chiama efficacemente l’Europa. Se poi si considerano i singoli Dipartimenti, nelle diverse aree disciplinari, l’Italia si colloca anche tra le eccellenze, e non in pochi casi. Certo, si può fare meglio, ma a guardare i numeri il problema della qualità sembra la sua iniqua distribuzione, piuttosto che il livello medio complessivo.

Al di là delle “ovvietà” citate e così definite nell’articolo, se invece si guarda ai numeri, la quantità emerge come la vera criticità dell’istruzione terziaria in Italia. La quota di giovani adulti con un titolo terziario supera di poco il 30% restando molto lontana dalla media europea (43%) e degli altri grandi Paesi (52% Francia, 52% Spagna e 38% Germania). Questo basso livello è stato raggiunto da un punto di partenza ancora più basso, con un andamento crescente che si è però arrestato con la pandemia e non è più ripreso; un arresto allarmante ma su cui gli esperti del Ministero non sembrano chiamati a riflettere.

Andando poi nel merito di questo divario, si nota che anche il problema di quantità ha poco a che fare con la questione delle eccellenze. Infatti, ciò che ci rende così distanti dagli altri paesi è la mancanza di laureati in percorsi terziari di ciclo breve professionalizzanti, che altrove forniscono una quota importante dei titoli terziari: in Francia, tanto per citare un paese UE con Atenei presenti anche nei top ranking, la quota è del 25%. Per questi percorsi i problemi sono soprattutto dal lato dell’offerta. Si tratta peraltro di percorsi spesso poco appetibili per i docenti, perché più lontani da chi ha interessi di ricerca e in continuità più con l’istruzione tecnica superiore che con quella terziaria di secondo grado. Questa caratteristica dell’offerta mancante indica un limite forte della forma di autonomia degli Atenei, che demanda completamente ai docenti la programmazione didattica, finendo comprensibilmente per rappresentare in modo sbilanciato gli interessi dei docenti più che quelli dei potenziali studenti. A questo si aggiunge un sistema di accreditamento dei corsi che ha cercato di supplire alla mancanza di meccanismi di responsabilizzazione diretti con un sistema di valutazione iper-burocratizzato. Alla proliferazione di istituzioni, procedure, documentazione per la valutazione corrisponde poi la mancanza assoluta di basi informative. O meglio, i dati amministrativi per valutare la relazione tra percorsi formativi ed esiti sul mercato del lavoro ci sarebbero, ma non vengono né utilizzati né resi disponibili a chi, proprio nella ricerca accademica, li potrebbe interrogare con metodologie di valutazione appropriate che eviterebbero di analizzare gli esiti a prescindere dai punti di partenza.

In un contesto in cui il problema di quantità è così rilevante, il secondo punto, l’impaccio del costo dell’ampliamento delle opportunità, è anch’esso fuorviante. Il dibattito Usa sui permessi speciali per l’immigrazione di lavoratori altamente qualificati, ha mostrato su questo alcuni aspetti importanti. Da una parte, Musk e compagni di merende, insieme al grosso dei Democratici, difendono la necessità di attrarre manodopera qualificata. Dall’altro i tradizionalisti del MAGA, sono contrari per principio a qualsiasi immigrazione. Accanto a questi c’è però anche un segmento dei sandersisti, in particolare quelli nelle cui fila è schierato Robert Reich, per quanto meno allineati, non sconfinanti in derive alla Sahra Waghenknegt. Pure se favorevoli in generale all’immigrazione, costoro hanno fatto notare come la mancanza di nativi altamente specializzati è il risultato di una bassa mobilità sociale che limita l’accesso all’istruzione qualificata negli US. A questo si aggiunge una caratteristica comune di tutti i BRIC, ben visibile a chiunque abbia il vizietto, come molti lettori del Menabò, di guardare ai dati invece che affidarsi alle “ovvietà” stratificate della stampa elitista: l’aumento esponenziale dei livelli di istruzione e in particolare, se si guarda a India e Cina, dei laureati STEM. Nella sinistra US ci si interroga infatti su quanto possa durare la supremazia tecnologica americana se il grosso del capitale umano utilizzato dalle multinazionali dell’high tech viene già oggi formato altrove (peraltro in Atenei, secondo le stesse classifiche, mediamente al disotto di quelli italiani). Insomma, anche negli Stati Uniti ci si pone, a destra e a sinistra, un problema di competitività di sistema con l’Asia, e si mette al centro il tema della creazione di capitale umano, e la questione è di quantità.

Il terzo punto è poi quello meno credibile, specialmente se usato per giustificare il fatto che “…vedere l’Università come strumento di coesione sociale … è essenzialmente falso” perché bisogna “aiutare i forti per poter continuare ad aiutare anche i deboli”. In un tale quadro, promuovere la mobilità sociale viene posta nei fatti in antitesi al promuovere i talenti.

Nel realismo dei forti, persino un timido accenno alla coesione sociale diventa idealismo sognante di gioventù: occorre invece il coraggio di guardare in faccia alla catastrofe. Il coraggio che possiederebbero i sinceri, dall’alto dell’esperienza maturata nei vari ruoli di responsabilità sul sistema, le stesse responsabilità di fronte alla stessa catastrofe da cui però considerarsi, sempre e comunque, individualmente assolti.

Ci sono almeno due falle principali in questo realismo. La prima consiste nello scambiare il lato della domanda con quello dell’offerta: a stratificare non è l’Università, è il cambiamento tecnologico. Questo rende i lavoratori più qualificati anche più produttivi e più capaci di sfruttare i vantaggi del progresso tecnologico perché più complementari ad esso. Il ruolo delle politiche di offerta è, al contrario, quello di abbassare i prezzi, in questo caso, il costo differenziale di un lavoratore più produttivo. Ma ancor meno corretto è chiamare in causa il trade-off tra efficienza ed equità delle politiche pubbliche, in un campo, quello dell’istruzione, in cui è un risultato consolidato esattamente l’opposto, cioè più equità significa più efficienza. Persino la Scuola di Chicago concordava sul problema della cattiva allocazione di talenti che si pone proprio per gli ostacoli che parte di questi ultimi incontrano nell’investimento in istruzione, per via delle origini familiari. In altre parole, se il sistema di istruzione non è facilmente accessibile, molti talenti non studiano e al contempo troppi “figli di” con scarse capacità studiano. Il risultato è la diminuzione della qualità, proporzionale a quello della quantità.

Visti i tre punti in quest’ottica, il richiamo al “pochi ma buoni” sottostante al pensiero ministeriale è infondato, e tace invece un dato oggettivo: l’unico atto formale e sostanziale di questo Governo in materia di Università è il taglio dei fondi, che non aiuta la quantità, ma nemmeno la qualità. Si aggiunga poi che la quota premiale del FFO, ovvero la parte che distribuisce ai “migliori” il grosso del finanziamento del sistema universitario pubblico italiano, è già salita vertiginosamente arrivando al 30%. Quello che chi si occupa della materia sa bene, inclusi quindi gli esperti del Ministero, è che in questo contesto ridurre ulteriormente la quota non premiale, quella cioè commisurata al numero di iscritti, non avrebbe il semplice effetto di privilegiare lo sviluppo e le assunzioni negli Atenei migliori ma significherebbe portare alla chiusura parte degli Atenei, e non solo la coda più bassa.

Anche nel ‘500 avanti cristo la società occidentale, al tempo quella ellenica, vide minacciata la propria supremazia dall’avanzare della potenza orientale. La cinematografia ha ambientato proprio in quel periodo la più ammirevole celebrazione del “pochi ma buoni”, col film “300”. Fantastica la scena in cui Leonida, di fronte al dubbio sull’esiguità del suo esercito, risponde gridando “Questa è Sparta!”. Chi scrive ha visto il film 4 volte e ogni volta in quel passaggio non riesce a trattenere un gigantesco “Daje!”. Tuttavia, vale la pena ricordare che nella realtà le Termopili furono una sconfitta, annunciata. Per vincere, a Platea, le città stato si presentarono tutte, insieme, e con un esercito di 100.000 uomini.