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Finanza

Siamo alle soglie di una grande crisi?

L’attuale dibattito politico ed economico evidenzia la debolezza strutturale dell’economia europea, portando argomentazioni solide e convincenti. In realtà, l’attuale concentrazione di ricchezza e reddito, così come la distribuzione di azioni e obbligazioni nei mercati internazionali, soprattutto negli Stati Uniti, e la crescente pervasività dell’Intelligenza Artificiale (IA), sembrano richiamare dinamiche simili a quelle che hanno preceduto il grande crollo del 1929. John Kenneth Galbraith osserva: “Si comincia con un aumento dei prezzi, sia che si tratti di azioni, beni immobili, opere d’arte o qualsiasi altra cosa. Questo aumento attrae attenzione e compratori, con la conseguenza che i prezzi aumentano ulteriormente. Le aspettative si autoalimentano, giustificate dallo stesso aumento dei prezzi […], i prezzi salgono ancora di più, poi, per ragioni di cui si può discutere fino alla fine dei giorni, tutto finisce. Il crollo è molto più repentino del rialzo.” (J.K. Galbraith, The Great Crash, trad. it. ed. 2015, Rizzoli).

In effetti, il Wall Street Journal sottolinea che “i benestanti stanno spendendo senza freni.

Possiamo quindi chiederci se l’attuale concentrazione di ricchezza, potere e tecnologia negli Stati Uniti non sia eccessiva, tanto da mettere a rischio la sostenibilità finanziaria e il sistema economico-industriale globale. Il livello attuale di concentrazione della ricchezza e il rialzo del valore delle azioni e delle obbligazioni non rappresentano forse un campanello d’allarme, un possibile Minsky moment?

Implicazioni economiche del Minsky Moment. Nel mondo dei mercati finanziari e della teoria economica, esiste un legame complesso e spesso sottovalutato tra la speculazione e instabilità che potrebbe condurre al Minsky Moment. Come affermava Hyman Minsky: “Il principale difetto della nostra economia è la sua instabilità. Questa instabilità non è dovuta a shock esterni o all’incompetenza o ignoranza dei responsabili delle politiche. […] Le dinamiche di un’economia capitalista, caratterizzata da strutture finanziarie complesse, sofisticate e in continua evoluzione, portano allo sviluppo di condizioni favorevoli all’incoerenza, dalle inflazioni fuori controllo alle profonde depressioni. Tuttavia, l’incoerenza non deve necessariamente realizzarsi pienamente, poiché le istituzioni e le politiche possono contenere la spinta verso l’instabilità.” (H.P. Minsky, Can “It” Happen Again? Essays on Instability and Finance, Routledge, 2015).

Sebbene l’avidità, l’eccessiva fiducia e la paura di perdere opportunità rappresentino ulteriori e potenti fattori di instabilità (Minsky, 1982), non esiste un indicatore specifico per misurare il Minsky Moment. La storia dimostra però che ad ogni fase di espansione speculativa segue inevitabilmente un crollo, tanto più violento quanto più ampia è stata la crescita precedente.

Un possibile indicatore del Minsky Moment potrebbe essere la discrepanza tra il valore di mercato dei titoli e gli utili delle aziende. Questa relazione è generalmente espressa attraverso il rapporto P/E (prezzo-utile). Di norma si utilizza il price earnings ratio

Mentre l’utile per azione può essere calcolato nel seguente modo:

Tuttavia, occorre fare attenzione a quale utile si fa riferimento, cioè se consideriamo gli utili degli ultimi mesi, oppure sugli utili futuri stimati dagli analisti. Si guardano agli utili di esercizio, ma spesso si usa il valore per azione EPS invece dell’utile totale.

Il valore del P/E varia a seconda del settore:

  • Le aziende tecnologiche possono avere un P/E compreso tra 30 e 50;
  • I settori più maturi si attestano tra 10 e 20;
  • Il mercato azionario generale oscilla tra 15 e 20.

Al di là di queste soglie, il rischio di un Minsky Moment aumenta quando il P/E subisce forti oscillazioni in un breve periodo e gli utili aziendali diventano sempre più incerti. Se, ad esempio, le grandi aziende tecnologiche statunitensi registrano un P/E pari a 50, cioè il mercato sta valutando l’azienda in modo molto elevato rispetto ai suoi utili attuali, il tempo di recupero dell’investimento per l’investitore medio potrebbe risultare eccessivamente lungo, spingendolo a liquidare le proprie partecipazioni. Se questa vendita di massa, la cosiddetta tesaurizzazione, diventa sistemica, l’effetto domino può rendere il processo irreversibile. È proprio questa dinamica finanziaria, basata su aspettative e proiezioni future, a creare squilibri che l’economia reale non sempre riesce a sostenere, innescando così crisi ricorrenti.

L’Intelligenza Artificiale è una rivoluzione economica e tecnologica? Indaghiamo l’AI perché è considerata la più importante innovazione di inizio secolo e dai più è considerata molto impattante sia sulla struttura economica e sia sulla valutazione dei titoli quotati in borsa. Inoltre, gli economisti hanno sottolineato che il progresso tecnologico non è neutrale, piuttosto privilegia i redditi dei lavoratori meglio istruiti e qualificati, generando crescenti divari fra redditi personali e familiari. Sebbene vi sia un consenso quasi unanime circa gli effetti dell’AI, dobbiamo pur considerare che tutte le innovazioni tecnologiche tendono a seguire un andamento sigmoideo, rappresentato da una curva a “S”: inizialmente l’adozione della nuova tecnologia è limitata, poi si diffonde rapidamente generando crescita, fino a stabilizzarsi in una fase di maturità. Tuttavia, l’impatto economico dell’AI è condizionato dalla sua natura (sostanziale) di bene capitale e intermedio, almeno nella computazione della contabilità nazionale, ovvero uno strumento utilizzato principalmente all’interno di settori già consolidati. In altre parole, come accaduto con il boom delle dot-com negli anni 2000, l’Intelligenza Artificiale incide profondamente sulla composizione tecnica del PIL, ma la sua crescita è trainata in gran parte dalla domanda di beni di consumo. Questa domanda, però, è spesso di sostituzione piuttosto che di espansione, limitando il potenziale trasformativo della tecnologia. Non sorprende, quindi, che le stime sull’impatto economico dell’AI siano non solo incerte, ma anche molto divergenti in termini di intensità e profondità; è ampiamente riconosciuto che la crescita del PIL effettivo dipenda da numerosi fattori sociali ed economici, oltre che dalla capacità dei singoli Paesi di padroneggiare questa tecnologia (P. Aghion, B.F.Jones, 2017).

Le previsioni di crescita del PIL globale attribuibile all’AI oscillano tra il 3,5% e il 7%, valori che rientrano nella traiettoria evolutiva dell’innovazione tecnologica. L’Intelligenza Artificiale pone anche significativi rischi socioeconomici. Da un lato, potrebbe rafforzare il legame tra industria tecnologica e settore militare (A.Coveri, D. Guarascio, “Piattaforme digitali e commesse militari negli Stati Uniti”, in Economia a mano armata, 2024), trasformando la struttura dei mercati e modificando l’equilibrio tra capitale e lavoro, dall’altro rischia di mettere alla prova la capacità delle istituzioni di regolamentare la concorrenza e di redistribuire la ricchezza. Un altro timore è quello di una nuova forma di disoccupazione tecnologica, con l’automazione che potrebbe sostituire un numero crescente di lavoratori (M. Franzini e D.Guarascio,Questa volta è diverso? Mercati, lavoro e istituzioni nell’economia digitalizzata”, SINAPPSI 2019).

Negli ultimi decenni, molte innovazioni tecnologiche sono state presentate come rivoluzionarie e senza precedenti, dalle dot-com degli anni ’90 all’Industria 4.0. Tuttavia, Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, ha messo in guardia dal rischio di un’eccessiva fiducia nella capacità dell’AI di generare crescita sostenibile: “Le tecnologie non creano automaticamente prosperità, serve una distribuzione equa dei benefici.” In definitiva, l’Intelligenza Artificiale rappresenta un progresso tecnologico significativo, ma il suo impatto economico dipenderà da come verrà integrata nei sistemi produttivi e dalla capacità della società di gestirne i rischi e le opportunità.

Andamento del PIL, del mercato borsistico, del reddito e della ricchezza. L’attuale incertezza economica, l’aumento della disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza, insieme alla crescita del valore delle azioni delle big tech, potrebbero essere segnali di una fase di instabilità del sistema economico. La distanza tra economia reale (PIL) e mercato finanziario appare sempre più marcata. Ad esempio, l’indice azionario statunitense US500 è passato dai 1.468 punti del 2000, durante la bolla delle dot-com, a poco meno di 6.000 punti di oggi, mentre il PIL nominale degli Stati Uniti è aumentato di poco più di 100 punti (figura 1). Questo divario solleva interrogativi sulla sostenibilità dell’attuale sistema economico e sulla possibilità di un brusco riassestamento.

Figura 1

Nostra elaborazione su dati OECD e US stock market index

Se osserviamo la distribuzione del reddito, notiamo come l’indice Gini del 1929 e quello del 2024 siano sostanzialmente coincidenti, favoriti da regimi fiscali privilegiati, dalla riduzione del prelievo tributario per determinate fasce di reddito e, soprattutto, dalla minore capacità dei sindacati di negoziare aumenti salariali (Figura 2). Negli Stati Uniti, l’indice Gini del reddito è passato da poco più di 0,4 nel 1980 a 0,6 nel 2023, un valore prossimo ai livelli del 1929. Questa tendenza, seppure con valori meno accentuati, è riscontrabile anche in Germania, Cina e Italia.

Figura 2

Fonte: World Inequality database

La concentrazione della ricchezza mostra un’ulteriore polarizzazione. Attualmente, 2.769 miliardari detengono complessivamente oltre 15.000 miliardi di dollari. Elon Musk, da solo, possiede un patrimonio di 330 miliardi di dollari, a fronte di una media di 5 miliardi per individuo nella categoria dei super-ricchi (Rapporto Oxfam 2025). Secondo i dati OCSE, l’1% più ricco degli Stati Uniti controlla il 40,5% della ricchezza nazionale, una percentuale significativamente superiore rispetto agli altri Paesi dell’organizzazione. In nessun’altra economia avanzata, infatti, l’1% più abbiente detiene più del 27% del patrimonio complessivo nazionale. La tendenza alla concentrazione della ricchezza è globale, ma il patrimonio netto richiesto per entrare nell’1% più ricco varia drasticamente tra le economie. Come evidenzia il Knight Frank Wealth Report, negli Stati Uniti sono necessari almeno 5,8 milioni di dollari per accedere a questo gruppo elitario, una soglia 5,4 volte più alta rispetto alla Cina e 1,5 volte superiore a quella della Germania (Figura 3, World Inequality Database).

Figura 3

Fonte: World Inequality database

Alcune considerazioni finali. È realistico attendersi un’ulteriore ascesa di ricchezza e potere delle élite statunitensi? L’ideologia MAGA (Make America Great Again) potrebbe configurarsi come una sorta di schema Ponzi contemporaneo, alimentato dall’immissione sistematica di liquidità e criptovalute per rifinanziare debiti e obbligazioni preesistenti. Riprendendo Pistor (2019), “Fondamentalmente, il capitale si compone di due elementi: una risorsa e un codice legale. Con il termine “risorsa” indico qualsiasi oggetto, qualsiasi titolo di pretese, qualsiasi abilità o idea, indipendentemente dalla forma che assumono. Può trattarsi di un pezzo di terra, di un edificio, della promessa di ricevere un pagamento, dell’idea di un nuovo farmaco o della stringa di un codice digitale. Accoppiata all’appropriato codice legale, ognuna di queste risorse può trasformarsi in capitale, accrescendo enormemente la capacità di chi la detiene di accumulare ricchezza” (https://eticaeconomia.it/il-codice-del-capitale/). In sintesi, sebbene il capitale abbia costruito un codice normativo autonomo (Pistor, 2019), svincolandosi persino dai principi etici di Adam Smith, questa autoreferenzialità non lo immunizza da rischi sistemici: bolle speculative o un improvviso Minsky moment restano minacce concrete.

L’impatto di una crisi finanziaria è difficile se non impossibile da misurare. Numerosi analisti sottolineano il progressivo arretramento di Stato e democrazia di fronte all’egemonia del capitale.

Difficile capire in che misura l’analisi di John Kenneth Galbraith possa adattarsi ai nostri giorni, ma è certo che a quel tempo esisteva un ampio spazio pubblico che poteva essere esercitato (Roosevelt), diversamente da oggi in cui non solo si accumulano contraddizioni socioeconomiche, ma si osserva un indebolimento dell’azione pubblica importante.